*A volergli estrarre una pedagogia, a Pasolini, bisogna tagliargli via pezzi di carne. Per la sua stoffa, per il suo profilo, Pasolini, a Pa’ come lo chiamano a Roma, non può starci ad alcuna normalizzazione. Non lo governi, non lo domini, non lo puoi ridurre. In tanti ci han provato, a tirarlo da una parte o dall’altra. Ma lui scivola via, ti contraddice, ti mette in scacco. Anche la sua morte l’han voluta domesticare, farne un complotto, ficcarci sopra una bandiera ma anche la sua morte è la suamorte, e di nessun altro.
Se proprio si vuole ma anche questo con cautela, si può dire che sia un “antimaestro” ma non nel senso che abbia un messaggio anti, solo che non ammaestra, anche quando ci prova perché lui stesso dice e non dice, avanza e arretra, soprattutto scarta di lato, anche quando vorrebbe tirare dritto.
Come certi suoi antenati, come Artaud, come Genet, come Nietzsche, come Rimbaud e tanti altri. Personaggi di questo calibro non stanno dove vorresti metterli. Non si fanno imbottigliare in un’etichetta, per quanto pregiata, sono “fuori”, per sempre outsider, poeti, più musica che prosa, più liquidi che solidi, materia per incendiare le nostre menti, non per raffreddarle nei concetti, men che meno in quelli paludati.
“Ho dunque quarantaquattro anni che porto bene
(soltanto ieri due o tre soldati
In un boschetto di puttane
Me ne hanno dati ventiquattro –
Poveri ragazzi che hanno preso
Un bambino per un loro coetaneo”[1]
Non si addomestica un “bambino”, non lo si ingabbia, non lo si può neppure giudicare, lui è sempre altrove da dove tu credi di poterlo leggere o scrivere (anche dunque io in questo momento). Puoi provare a seguirlo, fin dove arrivi, con il fiato corto, sapendo che lo perderai per strada.
Un altro infante della filosofia può forse provare a dirlo, sapendosi nella stessa traiettoria “a zig zag” come direbbe lo scrittore israeliano David Grossman[2]:
“Devenire-infante, essere e restare per sempre bambino, ecco il primo elemento, il primo piano che ci viene incontro della figura pasoliniana, in questa evocazione, tratta dal suo poema autobiografico, di questi coscritti candidamente ritratti nella loro giovinezza sana che lo prendono per uno di loro, rendendo certo un involontario omaggio alla sua buona condizione fisica e che tuttavia misconoscono la distanza incommensurabile che li separa. La distanza che c’è tra l’essere ancora giovane e il divenire-infante: l’infinita distanza di chi, pur appartenendo al mondo, non è della sua attualità ma vive a ritroso la sua propria infanzia come quella di un mondo in via d’estinzione e che si tratta di custodire ed esprimere poeticamente”[3].
C’è un’infanzia che sta scomparendo, un’infanzia del mondo, si potrebbe dire, di cui Pasolini è al tempo stesso incarnazione, memoria, presidio. E questa vocazione a preservarla sarà anche uno dei sigilli della sua profonda e intrattabile inattualità e difficoltà, per tanti, a cogliere la tragedia.
Ma a renderlo ancora più imprendibile c’è un secondo elemento potente e indigesto alla cultura d’epoca e, ancora, nonostante tutto, anche oggi: la sua “eresia sessuale” come ancora la definisce Schérer, la sua tendenza alla “drague” omosessuale, giacché è evidente, in questi versi, come peraltro in moltissimi altri passaggi della sua opera, che questi soldati del “boschetto da puttane” sono essi stessi puttane, e che dunque non è possibile situarsi nel multiverso pasoliniano senza accogliere fino in fondo questa “abnormità”, questa marginalità.
Una marginalità ben differente da ogni omosessualità bonificata, riconosciuta, asettica e normalizzata dei nostri tempi, frutto di una più generale positivizzazione del versante perverso e indomabile della sessualità, come direbbe Annie Le Brun. Pasolini e la sua visione del mondo stanno dalla parte di una sorta di “pederastia arcaica”, come la chiama ancora Schérer, “avida di spaesamenti, di altrove, alla ricerca del “bullo” come la meta più disponibile e più innocentemente sessuata”. Un erotismo pericoloso, che fa di Pasolini, come anche di Genet, un artista borderline tra il mondo culturale civile e morale e spesso moralista e invece una frequentazione al limite del criminale che forse, più di ogni altra cosa, spiega la sua morte, simbolicamente appropriata a chi, come ogni grande poeta, va sempre “verso l’estremo”, nelle parole di Rilke.
Non assumere fino in fondo questa “differenza”, cercare di farne uno scudiero di qualche ideale politico bonificato, è oltremodo oltraggioso dello splendore d’infanzia mascalzona che trama tutta l’opera di Pasolini. I teneri e violenti adolescenti di Una vita violenta, di Ragazzi di vita, di Petrolio o nei film, in Accattone, in Mamma Roma, ben rintracciabili anche nella Trilogia della Vita e persino tra i discepoli di Gesù nel Vangelo secondo Matteo, mostrano che in Pasolini divenire infante e ricerca erotica sono profondamente intrecciati, in una trama dove gli incontri con amori d’infanzia significa arricchimento, come direbbe ancora un intellettuale consapevole della profonda differenza del desiderio amoroso omosessuale, Guy Hocquenghem: “Può apparire che l’immensa superiorità degli amori omosessuali venga proprio dal fatto che tutto è possibile ad ogni momento, dal fatto che organi, membra del corpo si si cercano e si intrecciano senza conoscere la legge della disgiunzione esclusiva. La relazione omosessuale non avviene nell’intimità di uno spazio privato e chiuso, ma all’aperto, fuori, nei boschi e sulle spiagge”[4].
E tuttavia a questo erotismo pericoloso, a questa filosofia di corpi sessuati, a questo pensiero pericoloso occorre sempre tenere unito il suo lato d’innocenza, di purezza perversa, che si traduce in poesia in cui il poeta è “una vivente contestazione”:
“Quanto a me, un innocente
Non è mai creduto,
ed egli del resto è troppo occupato
a pensare a un fiume celeste
tra grandi ghiaie pedemontane
che scorre nel sole dei suoi genitori
in altre vite
in vite interpretate in altro modo
in un significato diverso della vita,
che non è neanche quello dei sogni
se la nostra vita non è che un’ombra
sulla nostra vera vita che non conosciamo”[5]
La purezza del poeta si radica in questa geografia mitica, intrisa al tempo stesso di barbarie, di santità, di selvatichezza, di un’altra vita che non conosciamo ma che governa segretamente questa.
Il compito del poeta è al tempo stesso quello di custodirla e di salvarla in un anelito di affermazione vitale contro la morte che avanza, lo sterminio dell’uomo a una dimensione, dell’uomo standardizzato, privato proprio di quella “purezza” che è al contempo accoglienza, ospitalità, spontanea offerta d’amore.
E’ quella che ancora filtra nelle scene di ruvida letteralità di Petroliodove, nelle visioni del Merda, di quella geografia sepolta, di quei linguaggi, di quei corpi, se ne lamenta la perdita progressiva, come del dialetto, ancora parlato ma “è poco più che pronuncia. Esso ha perduto ogni espressività e sono cadute, dai suoi rami stecchiti, come foglie secche, le parole del gergo”[6] .
Come di quei ragazzi i cui occhi “non sanno più dare uno sguardo non dico di amore, ma neppure di curiosità o simpatia”, e che il poeta pur “contento del deserto” soffre indicibilmente perché “soltanto chi ama soffre nel vedere che le persone amate cambiano”[7]. Oggi i ragazzi sono cambiati, educati dal conformismo e “dalle donne”: “[8]ecco là gli antichi dritti e bulli di Torpignattara, che considerano un vanto la loro magrezza, i loro atteggiamenti delicati, lo stare con la spalluccia un po’ alta e il fianco in fuori, il fare con le mani gesti un po’ cascanti… I loro fratelli maggiori – i cui corpi erano stati lì, forti, poveri e violenti, solo pochi anni prima [se li sarebbero] inculati tutti dal primo all’ultimo, o gli avrebbero dato fuoco”.
E’ la fine dell’innocenza quella che il Pasolini di Petrolio lamenta, quella che il borghese non sopporta, che lo disgusta, abituato com’è a relegare fuori dal suo mondo ciò che lo inquieta, ciò che mette in discussione il sistema ordinato cui ha dato forma: “i doveri li ha inventati per poter condannare l’innocenza che non li conosce. Tanto più che spesso l’innocenza è collegata alla delinquenza: e se, quindi, è fuori dalla cultura è anche fuori dalla legge”. La nuova legge che ci ha ben fatto conoscere, lui, come altri, quella del conformismo, del consumismo, della merce, dell’uomo merce, del neo-illuminismo, del liberismo, del positivismo che tutto allinea e azzera, sotto l’unico imperativo del profitto.
Al centro di questa lunga parabola, poetica, mistica, eversiva, immaginativa, un’opera forse più di altre illustra il messaggio impossibile della non-pedagogia di Pasolini, e questa opera è per me Teorema, scritto e filmato, il teorema di Pasolini.
In Teorema forse più che altrove egli ci offre la sua lezione, il suo ammaestramento poetico e filosofico. Probabilmente è lui stesso il “giovane ospite”, lo straniero, l’ “angelo”(?), che viene a sovvertire, risvegliare, trasmutare o rivelare a sé stessa questa famiglia borghese, la famiglia del padrone, senza distinzione, questo blocco di classe non senza la sua serva.
Un giovane ospite che viene accolto e che sa essere prodigo di doni. Pur nella sua estraneità di viandante, di nomade o, come nel testo vi si allude con i versi di Rimbaud “un genio sconosciuto e impetuoso adorato in Persia”. Chi è questo inatteso dalla “pelle bruna” e “dall’occhio brillante” se non ancora una volta l’irruzione del corpo, del sesso, della sua verità o meglio della sua potenza di verità custodita nel membro virile? Questo membro onnipresente nell’opera di Pasolini e specialmente in Petrolio che probabilmente ne costituisce il più intimo disvelamento.
Questo membro si insinua tra le mura della villa del padrone e la squassa, dolcemente, senza quasi rumore, la penetra e la sovverte, costringe ognuna delle figure di questa famiglia, di questo blocco di classe a scoprire il proprio desiderio o la propria negazione del desiderio.
E’ un angelo sessuato quello che manderà all’aria la famiglia di Paolo, un angelo perverso e pervertitore che consegna ciascuno non certo ad una pacifica riconciliazione con sé come vuole ormai la retorica dei “maestri di vita” e dei guru un tanto al chilo che il mercato della spiritualità svende ad ogni acquirente, quanto ad una verità che percuote e atterra, che, mediante un godimento inatteso sventra letteralmente il presunto soggetto e lo getta oltre la maschera. In un oltre che rivela a ciascuno il dramma del proprio desiderio o del proprio potere: il figlio Pietro rinviato alla sua ambizione artistica in un caos creativo che tuttavia non fa che ribadire l’impotenza del suo desiderio; Emilia, l’unico personaggio che non appartiene alla borghesia che scoprirà la sua vocazione mistica, il suo potere di guarire e di far scaturire acqua di vita dalla fossa in cui si seppellisce, in una triste periferia, quasi a voler concretizzare il “pianto di una scavatrice”. La madre ossessionata dalla ricerca di sesso occasionale in una sua personale “drague”, Odetta, inchiodata ad un innamoramento impossibile, cade in letargia forse anche perché incapace di reggere la realtà dirompente del dono di sesso, “cieca”, come dice il testo, persa tra un primo e un secondo Paradiso, “tra un ricordo ch’è troppo bello e una realtà che ti porta dal sogno alla pazzia”[9]. Infine il padre, letteralmente divelto dalla scoperta del proprio desiderio, che dona la sua azienda agli operai e si spoglia di tutto, novello Francesco nudo nel tempio dell’indifferenza e del traffico perpetuo, la stazione di Milano, per una fuga disperata nel deserto, non certo approdo mistico quanto ultimo orizzonte lontano dalla propria vergogna. Orizzonte in cui il grido è qualcosa che erompe inconsulto, deformandogli i lineamenti del viso, “rendendoli simili alle fauci di una bestia”[10], dove esso, qualunque cosa voglia significare, “è destinato a durare oltre ogni possibile fine”[11].
E’ forse allora questo il compito di questo nuovo evangelizzatore, un compito che poco ha a che fare con la salvezza, se non forse in un senso estremo, di svuotamento e di smascheramento. Come dice ancora Schérer, “se l’ospite è un portatore di risveglio, non è tuttavia venuto per salvare ma piuttosto per distruggere e rinviare ciascuno a sé stesso. In un senso che si potrebbe assolutamente definire nicciano, nella scoperta cioè di una potenza emergente, al di là del bene e del male”.[12]
E non è forse questo che l’ospite inatteso, questo poeta irriducibile ad ogni facile rubrica fa anche con noi, strattonandoci, impedendoci di pacificarci, costringendoci a interrogare più a fondo di ogni facile schematismo, politico, culturale, il nostro essere nel mondo.
Non è forse con le sue opere più intransigenti, più violente ma anche con quelle apparentemente più rasserenanti che ci induce a scavare nelle nostre motivazioni, nelle nostre maschere, nel nostro bisogno di affibbiare etichette a tutto ciò che ci inquieta? Non è forse lui, il poeta, che ci costringe a spogliare noi stessi nel momento stesso in cui cerchiamo di spogliare lui, di collocarlo, mentre cerchiamo furiosamente di evitare che sia il suo dire, il suo immaginare a condurci lì dove il nostro desiderio più o meno incatenato vorrebbe emettere il proprio grido?
E d’altra parte, chi avrebbe potuto tentare di misurarsi con un altro smisurato come Sade, in quel film estremo che è Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Di misurarvisi senza eufemizzarlo? Chi se non un poeta che danza sul filo tra il Paradiso e l’Inferno, sapendosi inoltrare nell’uno e nell’altro senza timore?
Un film che anch’esso scarta di lato quando sembra che tu lo possa inchiodare: una metafora di ogni fascismo? Certo c’è anche questo ma c’è soprattutto il godimento che provoca l’assoggettamento dei corpi, il brutale assoggettamento dei corpi, quella pulsione troppo umana che ancora vediamo ovunque ci sia un gerarca, insegnante, allenatore, sergente istruttore che possa spadroneggiare su dei corpi alla sua mercé. Sade aveva in mente altro probabilmente nel “più scandaloso dei libri che mai siano stati scritti” o forse no, anche lui desideroso di mostrare il nero che c’è una volta che la smisuratezza del godimento abbia campo libero sul corpo dell’altro.
E non è in fondo questo che Pasolini avvista nella terribile omologazione dei corpi del suo, del nostro tempo? La perdita di quei corpi “gloriosi”, proletari, ancora integri, mitici nella loro ingenua presenza senza sottintesi, senza maschera che forse i due giovani fascisti che si salvano alla fine di Salò pare mettere in limine in scena?
Siamo noi quei corpi assoggettati, questo probabilmente è un ammaestramento che si può trarre un po’ ovunque nella sua opera, siamo noi i corpi addestrati a essere come il padrone ci vuole, disciplinati ma anche pronti a abbaiare o a mordere al momento giusto, come i cani che i corpi della famiglia di quel film straordinario che èKynodontas di Yorgos Lanthimos devono mettere in scena quando qualcosa sembra voler mettere in discussione il loro ingabbiamento.
Né Sade né Pasolini hanno paura di mettere in scena il “reale”, come lo chiamerebbe Lacan, la smagliatura nera nell’immaginario del nostro tempo per Pasolini, lo strappo del simbolico che fa emergere l’osceno, l’indicibile, il male per Sade.
E quello che appare in Salò è proprio il rovescio di quella filosofia del piacere sessuato, dei corpi gloriosi dei giovani che devono continuare “a splendere” anche laddove sono addestrati a non splendere, come il poeta raccomanderà nelle sue Lettere Luterane, capitolo quanto mai intrattabile della sua opera.
In Salò viene messo in scena il dominio sui corpi, la loro mortificazione, la loro distruzione, quello cioè che il capitalismo mercantile sta facendo di essi, inoculandovi il veleno del cinismo, della coazione al consumo pilotato, di quella doppiezza che ancora era sconosciuta al giovane proletario delle borgate romane o delle campagne friulane che Pasolini non può smettere di amare, di evocare, di rimpiangere.
O meglio ancora “il vuoto lasciato dalla vita che si è ritirata dal loro corpo come un’acqua che prosciugandosi lascia la riva piena di fetenti immondizie [e ora[ è riempito dalla dignità borghese, professionistica, tecnica, organizzativa, la cui Volgarità, unita alla Miseria che ancora in ogni modo persiste in quei Corpi, spira il sacro orrore [di un corpo] seviziato e assassinato”[13], dove è ancor più evidente la connessione con i corpi di Salò.
Certo si può provare a inscatolare Pasolini, a farne il paladino di qualche tipo di impegno, estrapolando citazioni, omettendone altre o cercando di tirarlo verso la propria prospettiva politico-culturale. Sappiamo che Pasolini ha avuto simpatie comuniste, di quel comunismo che forse, meglio che altrove, traccia in una pagina di Petrolio il ritratto: “un grande partito sporco: ma è sporco di unto di officina, di ferro, di ruggine, di farina, di pesce secco, di sangue, di mentuccia, di sudore e di polvere”[14]. Un comunismo anch’esso in via di estinzione e che neppure lui poteva immaginare fin dove avrebbe potuto immiserirsi.
Ma questo poeta è in stato di “deterritorializzazione” permanente, per usare il linguaggio di Deleuze, come ogni autentico poeta, il suo è il linguaggio di una “letteratura minore”, per seguire ancora il filosofo francese, inattuale, in divenire, inclassificabile.
Ci irritò tutti credo, all’epoca, quando si schierò dalla parte dei poliziotti e contro i giovani borghesi eppure quanta lezione rovesciata c’era anche in quello, quanta antipedagogia che oggi non smette di interrogarci per quanto difficile da comprendere essa sia, per chi ragiona con le categorie della politica, della razionalità e non con quelle ben più profonde di una visione poetica, mitica, antropologica di un mondo che andava irriducibilmente trasmutandosi e perdendo la sua componente passionale, integra, differenziata, inesauribile e che è ormai diventato il mondo della completa equivalenza, della monodimensionalità, dell’artificio e del simulacro.
Pasolini va semmai restituito ai suoi deragliamenti d’infanzia, alla sua tenerezza perversa, quella ben riassunta dall’espressione “teta veleta”, espressione gergale e intraducibile con la quale, in una delle Pagine involontarie poi pubblicate da Nico Naldini[15], parlando dei suoi primi sentori di omosessualità a Casarsa, indica “il senso dell’irraggiungibile, del carnale, un senso per cui non è stato ancora inventato un nome”, qualcosa che scaturisce in lui bambino mentre guarda i compagni giocare. Mentre guarda le loro gambe che corrono e avverte qualcosa come il “pizzicore” della vera vita.
Un’infanzia non infantile, un’infanzia impura che lo costringerà a dibattersi tutta la vita tra resistenza e “adattamento”: “l’innocenza peccatrice è un male prezioso”[16], ci dirà ancora in Orgia, una confessione violenta, un pezzo di teatro che solo un “dilettante”, come dirà Raboni nell’introduzione a quest’opera, come lui poteva concepire. Uno sputo in faccia alla nostra normalità, come non ne arrivavano dai tempi dei Cenci di Artaud. La carne contro il vestito, il desiderio indicibile e l’atto nascosto nella clandestinità della propria diversità: ciò che desideriamo contro ciò che accettiamo.
L’infanzia che non può arretrare fino all’ultimo.
E forse di Pasolini, l’ammaestramento impossibile sta da qualche parte tra il suo impegno conclamato, tra il suo odio per la borghesia, quale e dove che sia, e quella “disperata vitalità” che resta un non luogo nel tempo dell’accettazione, della resa all’identico.
Tra quel grido di protesta:
“E oggi vi dirò
Che non soltanto occorre impegnarsi
nella scrittura ma anche nella vita:
occorre resistere nello scandalo
e nella rabbia, più che mai,
innocenti come bestie al macello,
torbidi come vittime, appunto:
bisogna dire più alto che mai il disprezzo
verso la borghesia, urlare contro la sua
volgarità, sputare sopra la sua irrealtà
che essa ha eletto a realtà, non cedere
in un atto e in una parola nell’odio totale
contro di essa, le sue polizie, le sue magistrature,
le sue televisioni, i suoi giornali”[17]
ma anche, e proprio pensando alla sua morte, un altro grido:
“Allegri!
Dentro una delle tante case di questo quartiere
O per lutto o per nevrosi, o noia del pomeriggio festivo-
C’è stato finalmente un uomo
Che ha fatto buon uso della morte”[18].
*: uscito nel volume Pasolini “cattivo” maestro a cura di Mario Caligiuri (2024)
Bibliografia:
Grossman D., Ci sono bambini a zig zag, tr.it. Mondadori, Milano 1996
Hocquenghem G., Le désir homosexuel, Fayard, Paris 2000
Pasolini P.P., Teorema, Garzanti, Milano 1968
Pasolini P. P., Poeta delle ceneri, a cura di E.Siciliano, “Nuovi Argomenti”, nn. 67-68, luglio dicembre 1980, Roma
Pasolini, P.P., Poesie e pagine ritrovate, a cura di Andrea Zanzotto e Nico Naldini con disegni di Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Zigaina, Lato Side, 1980
Pasolini P.P., Orgia, in Pasolini P.P., Teatro 2, ibook, Garzanti, Milano, 1999
Pasolini P. P., Petrolio, Ibook Garzanti, 2022
Schérer R., Passerone G., Passages pasoliniens, Presses Universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Ascq, 2006
[1] Pasolini P. P., Poeta delle ceneri, a cura di E.Siciliano, “Nuovi Argomenti”, nn. 67-68, luglio dicembre 1980, Roma
[2] Grossman D., Ci sono bambini a zig zag, tr.it. Mondadori, Milano 1996
[3] Schérer R., Passerone G., Passages pasoliniens, Presses Universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Ascq, 2006, p. 18, (trad. mia)
[4] Hocquenghem G., Le désir homosexuel, Fayard, Paris 2000, p. 151, (trad. mia)
[5] Pasolini P. P., Poeta…, op.cit.
[6] Pasolini P. P., Petrolio, Ibook Garzanti, 2022, p. 1860 di 3351
[7] Pasolini P.P., Petrolio, op.cit., p. 1854 di 3351
[8] Pasolini P.P., ivi, p.1780 di 3351
[9] Pasolini P.P., Teorema, Garzanti, Milano 1968, p. 79
[10] Ivi, 199
[11] Ivi, 200
[12] Schérer R., Passerone G., op.cit., p.47 (trad.mia)
[13] Pasolini P.P., Petrolio, op.cit., pp. 1820-21, di 3351
[14] Ivi, p. 1847 di 3351
[15] Pasolini, P.P., Poesie e pagine ritrovate, a cura di Andrea Zanzotto e Nico Naldini con disegni di Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Zigaina, Lato Side, 1980.
Teta veleta diventerà poi un romanzo bizzarro di Laura Betti, molto intriso di influenze pasoliniane (pubblicato da Garzanti nel 1979).
[16] Pasolini P.P., Orgia, in Pasolini P.P., Teatro 2, ibook, Garzanti, Milano, 1999, p.405 di 1108
[17] Pasolini P. P., Poeta delle ceneri, a cura di E.Siciliano, “Nuovi Argomenti”, nn. 67-68, luglio dicembre 1980, Roma
[18] Pasolini P.P., Orgia, op.cit., p. 571 di 1108
