La vexata questione della violenza (1)

La vexata questione della violenza (1)
Proviamo a ricapitolare alcune cose, senza la minima pretesa di esaurire un tema a dir poco inespugnabile.
Anzitutto se la violenza c’è da quando esiste il mondo umano un motivo ci sarà. Noi umani, tra le altre cose, siamo portatori di aggressività, sanamente e di violenza, un po’ meno sanamente ma strutturalmente. E ogni pretesa di debellarla è una pura illusione. Il che naturalmente non vuol dire che non si debba cercare di arginarla, con ogni mezzo se possibile (o quasi ogni mezzo, alcuni sono solo controproducenti).
La violenza ha infiniti volti, spero che su questo si sia tutti concordi. Il che non è banale. Il fatto che esistano violenza minime, che tuttavia possono martellare la nostra vita quotidianamente fino all’esplosione, non è una questione trascurabile. E qui non mi riferisco soltanto alle dispute relazionali umane ma anche ovviamente alla violenza di una civiltà che sottopone ciascuno di noi, chi più e chi meno a rumore, folla, stress, ritmi lavorativi spesso insopportabili, accelerazioni in tutto, sottrazione di quantità di attenzione, di quiete, di riposo, di silenzio sempre più significative. La violenza inaugura la nostra vita, perché per quanto non ce ne si ricordi venire al mondo deve essere un discreto trauma, come aveva già ben rilevato Rank, e poi ci segue per tutta la vita, fino al colpo finale. Colpo finale che peraltro incombe su di noi come una minaccia ineludibile e che per molti non è un buon motivo per stare allegri.
Poi ci sono i traumi, fisici e psicologici (non sono violenze?), anche quelli micro, che possono guastare l’umore di chiunque, già di primo mattino: un mal di denti per esempio, una sciatalgia, una distorsione ecc. ma anche un piccolo litigio, la percezione di un malumore nel nostro amico, compagno o collega. E’ un bombardamento. Potrei descrivere una giornata di ciascuno di noi ed elencare uno per uno tutti i piccoli traumi e anche grossi, in taluni casi, cui andiamo costantemente incontro. Certo, noi siamo animali molto adattivi e abbiamo sicuramente messo a punto dispositivi di attenuazione degli effetti di questi scogli anche a volte abbastanza efficaci (le cuffiette in testa per esempio, o i sedativi o l’alcool ecc.).
Va da sé che la nostra civiltà ha distrutto ogni forma di aiuto reciproco, quella cosa importantissima per la nostra salute mentale che si chiamava solidarietà diffusa, mutuo soccorso, darsi una mano tra vicini (anche se magari ci si odiava per carità). La grande struttura di protezione che le società umane, con dei soggetti un filo meno centrati su di sé apprestava, è crollata miseramente. Ora abbiamo degli “uni”, dei soli, che si muovono nel mondo come panzer divisionen. Tutti contro tutti, già sulla metropolitana ma anche in auto (ogni giorno la guerra tra automobilisti, quando deflagrerà, porterà più vittime dei femminicidi).
Lo spappolamento delle reti sociali, piccole comunità, legami tra familiari nelle famiglie allargate, ecc. ecc. ha determinato la crescita di una massa di single cattivi, ambiziosi, invidiosi, insicuri, aggressivi che probabilmente non si era mai vista nel corso della storia. Sic.
Sappiamo bene da dove viene tutto questo, dal nostro ben amato sistema economico e culturale. Non è solo il turbocapitalismo liberista ma anche la cultura della potenza dell’io, della vita è nelle tue mani (tue e non di altri, incredibile sciocchezza), del sei tu che decidi chi sei e chi puoi diventare, da solo contro tutti o, in determinati casi, sapendo assertivamente chi usare per i tuoi scopi (dominio della ragione strumentale, non mi dilungo perché esistono enciclopedie sul tema).
Dietro tutto questo, non possiamo ignorarlo ci sono le storie affettive, misteriose, complicate, spesso irrisolvibili. I traumi infantili, gli attaccamenti scadenti o disastrosi, le ferite narcisistiche che vanno a costituire spesso vere e proprie bombe a orologeria di caratteri fragili, pericolanti, sul punto di sfasciarsi o di esplodere, specie in relazioni problematiche, che siano con il lavoro, con il partner o con i figli per esempio.
Poveri figli, tendenzialmente innocenti all’inizio, si suppone. Ma sottoposti a tanti e tali urti, ovviamente anche a buone cure talvolta ma sicuramente segnati e perlopiù irrimediabilmente da episodi, eventi, incidenti di percorso che precipitano nell’oblio ma che orientano il percorso di loro tutti, chi verso il successo (non sempre ottenuto con la benevolenza, anzi quasi mai), chi verso la tossicodipendenza (dei tipi più vari), chi verso la violenza, chi verso la depressione (sono i migliori, almeno se fan del male lo fanno a sé stessi: qui la questione è se la personalità di ciascuno vira verso il maniacale o, appunto il depressivo). Ben pochi verso un equilibrio relativamente stabile.
Noi siamo gente un po’ così, in balìa delle onde del destino.
Poi c’è la scuola, panacea di tutti i mali, secondo i nostri straordinari maître à penser.
Ora non mi dilungo, son stufo anche di sentirmi su questo argomento. Certo, la scuola, essendo un’esperienza massiccia e controllata (si fa per dire) attraverso cui tutti devono passare “obbligatoriamente”, se fosse una cosa pensata da sapiens sapiens anche un po’ sensibili, potrebbe essere un ottimo sistema di elaborazione delle vite nascenti.
Ahimè è tutto il contrario.
A scuola domina la paura, o almeno ha dominato per lunghi decenni, la paura del giudizio, del voto, dell’interrogazione ecc. ecc.. (ora domina il menefreghismo che è pure peggio). A scuola, in linea di massima, nulla si fa per mettere davvero le creature e i manigoldi adolescenti a loro agio. A loro agio sulle questioni serie. Sapete, a quell’età essi vivono un continuo cambiamento e sono soggetti (tranne qualche elemento alfa) a incredibili insicurezze rispetto a sé stessi. Queste contano, ai fini dell’essere umano che verrà fuori (benché il grosso del casino l’abbia già fatto la famiglia, la famiglia sbriciolata e mono o biparentale di oggi): conta il modo in cui i soggetti che ha intorno si occupano delle sue debolezze (a prescindere perché sempre ci sono), conta come si instaura con lui una comunicazione sana, come viene coinvolto in ciò che accade, come viene valorizzato, come viene se possibile non valutato continuamente, non solo dai professori (che spesso contano poco ai fini della sua autopercezione) ma dai compagni. E potrei andare avanti a lungo.
Queste creature deportate dalla famiglia (il che può essere un vantaggio, anzi quasi sempre lo è tenuto conto delle mostruose proiezioni e invasioni psichiche ma anche fisiche che le famiglie operano su di loro consciamente o meno)in questi luoghi perlopiù indecenti si trovano invece in gruppi anonimi (troppo numerosi perché comunque si possa esistere in essi se non si lotta allo stremo per emergere, e molti non ce la fanno), dove se sei un po’ strano, interessante e non idiota finisci bullizzato, dove sei continuamente sottoposto a prove che nulla hanno a che fare con i tuoi bisogni vitali (di espansione vitale, di affermazione vitale come dovrebbe essere), dove sei costretto ad occuparti di cose che viaggiano a distanze cosmiche dai tuoi interessi normali e dove infine sei ricattato continuamente dai voti, dalla prestazione, dalla performance anzi, dalla competitività, dall’individualismo.
Un perfetto teatro di guerra in cui soccombe ahinoi la più gran parte e a venirne fuori con qualche successo, manco a dirlo, sono i rintronati che poi predicheranno da ogni pulpito pubblico il ruolo salvifico della scuola (per loro, ovviamente).
Io non sono contro l’educazione pubblica, chiedo soltanto, se si vuole provare a disinnescare almeno un poco di quella rabbia, di quella frustrazione, di quella aggressività che prima o poi entrerà in scena (magari solo per rovesciarsi in dipendenze e autodistruzione, mica necessariamente contro gli altri) di mutare radicalmente il trattamento scolastico. D’altra parte la vera epidemia di cui dovremmo preoccuparci non è tanto la violenza contro gli altri, che pur c’è ma è statisticamente piuttosto irrilevante, quanto quella contro sé stessi, molto più inquietante.
Non occorre il maternage, non è quello il punto ma l’attenzione, attenzione alle singolarità irriducibili, occorre far sparire l’intento selettivo e punitivo intrinseco a questa struttura in cambio di cose che appassionino e coinvolgano e che si rafforzino con la collaborazione in gruppi piccoli che dialogano continuamente, dove la comunicazione è sorvegliata non per inibire il conflitto ma per renderlo interessante, dove non si pretende di raddrizzare gli attaccamenti deficitari (responsabili di molta possessività e a volte anche degli omicidi tra partner, di sicuro dell’intensità delle guerre nelle coppie peraltro incapaci di indulgenza, pazienza e comprensione, andate a farsi fottere con la corsa di ciascuno al proprio trofeo professionale) ma si cerca di conoscere le attitudini, le aspettrative, i talenti di esseri umani che dovrebbero avere tutti i diritti e che invece, a scuola, ne vengono ferocemente espropriati (anche con le migliori intenzioni).
Infine (ma ci sarebbero almeno altri numerosi capitoli) i maschietti. Responsabili di tutti i mali del mondo.
Vero, sembra che il mondo lo abbiano costruito loro. Che la violenza sia il loro bambino. Ok, non voglio entrare nel merito di argomenti tritati e passati alla brace di così tanti studiosi e soprattutto tante studiose che uno si sente intimidito anche solo a prendere la parola. E tuttavia. Possiamo continuare a farci la guerra ma dubito che questo attenui la violenza circolante (posto che sia poi così più significativa di prima).
Ora, sono decenni che il soggetto maschile è sottoposto a un sistematico trattamento che consiste nel sentirsi dire che essere uomo è sbagliato , che tutto ciò che ha significato per millenni essere umani maschi è totalmente da demolire e che deve reinventarsi da cima a fondo.
Ora spero sia chiaro il senso di umiliazione e di ferita narcisistica che tutto questo comporta, specie se cori di femmine assatanate che si ritengono totalmente aliene da ogni forma di violenza lo additano come l’unico, e sottolineo unico responsabile del male (tutto il male!). Anch’io, da tempo, mi sento poco bene e francamente non so dove mettere quel senso di mascolinità sempre più alla berlina (anche giustamente per carità) di cui sono volente o nolente portatore.
Attenzione però che inveire e scotomizzare le responsabilità femminili in tutto questo non solo ci porta alla crescita endemica degli “incel” e della “manosphere” con tutti i loro guru più meno dementi ma più in generale a un disastro relazionale di cui le vittime sono, guarda un po’, ancora i più giovani.
Vogliamo aiutare, con la pazienza di Sisifo, a migliorare un po’ le cose? Evitiamo di inveire, evitiamo di generalizzare, evitiamo di indicare un unico responsabile, in maniera un po’ psicotica, se è permesso dirlo.
Occorre, per esempio nella scuola ma ovunque ce ne sia la possibilità, scavare dentro il male che ci abita, tutti e tutte, ciascuno con la sua storia, il suol radicamento, anche psicologico, sapendo tuttavia che gli episodi più eclatanti (non tanto quelli minori e diffusi) si annidano più nel disturbo psichico che nella cosiddetta cultura patriarcale (lascio perdere per ora la discussione di questa definizione).
Vero è però che il maltrattamento, la violenza quotidiana, certi costumi che derivano da quella storia sono difficili da smuovere, ci vorrà tempo e a poco serve issare sul patibolo i vari carnefici come carpi espiatori. Non basta neppure qualche ora di educazione sessuo-affettiva. Occorre un approccio radicalmente diverso alle relazioni nei contesti istituzionali, occorre il riconoscimento e l’accettazione anche delle differenze, anziché la fluidificazione e l’azzeramento. Occorre reimparare la bellezza dell’essere diversi senza condannare preventivamente. Occorre attenzione, tanta attenzione. Un’attenzione che è decisamente schiacciata dall’urlo (violento), dalle condanne sommarie e da una politica che sa solo cavalcare slogan barbarici e non certo assumere la postura scomoda della problematicità.
Una parola anche su un aspetto del cambiamento delle famiglie, di cui si occupano, non sempre con sublime chiarezza, gli psicologi.
La cosiddetta “famiglia affettiva” che, come dovrebbe essere noto, ha soppiantato la famiglia patriarcale, almeno tra chi se n’è accorto, non sempre è un rimedio. Non sto a ricordare ciò che illustrissimi han detto prima di me (tra gli altri per esempio Pietropolli Charmet): la famiglia affettiva genera soggetti più fragili (ahimè non molto resilienti, mi spiace per Confindustria), più sensibili, più narcisisti (il narcisismo non è una forma di forza, è una maschera che adombra gigantesche ferite perlopiù, lo dico per quelli che strombazzano ad ogni spron battuto contro i narcisisti manco fossero dei serial killer. Tra l’altro siamo tutti narcisisti, essendo figli di quel tipo di famiglie).
La vecchia famiglia aveva il merito, con la sua violenza, di creare callosità emotive che talora aiutavano a reggere i traumi inevitabili della vita. Il soggetto molle moderno, sensibile, intelligente, delicato, soccombe subito. Ecco perché si moltiplicano terapeuti e terapie, certificazioni d’ogni genere.
Per la carità non voglio certo neppure lontanamente avere nostalgia di una famiglia che ti insegnava fin da piccolo quanto fosse dura la vita (l’ho combattuta tutta la vita questa morale). Tuttavia per esempio l’esperienza formativa potrebbe includere l’idea che la vita non sarà necessariamente un successo, specie quel successo delirante e individuale che si promuove costantemente, né necessariamente pacifica, che non sarà facile, che occorrerà continuamente negoziare, e negoziare ancora e ancora negoziare (come diceva giustamente Bauman), con i genitori, gli amici, i partner. E non è detto che basti. Bisogna prepararsi agli urti, agli incidenti, alle perdite, ai lutti, alle solitudini. Non so bene come ma bisogna lavorarci.
Nell’epoca dello “sgravio”, come l’ha chiamata Sloterdijk, cioè del relativo benessere che l’Occidente ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale, ci siamo illusi che le cose sarebbero andate sempre meglio. Non è così. È finita. Crisi climatiche, diminuzione delle risorse, sovrappopolamento ecc porteranno più povertà, più lotta per sopravvivere, più carogne ai governi (come già si vede).
Occorre addestrarsi a una vita più frugale, più solidale, più attenta a destreggiarsi nei labirinti di una conflittualità sottile e permanente sperando che non si trasformi in una conflittualità massiccia e definitiva.
Non ci libereremo della violenza. Occorre assumerla, riconoscerla come un ingrediente della vita. Come spesso accade già questo gesto, il non maleficarla troppo, un poco la rende più abitabile. Poi con infinita pazienza, provare a cucire uno per uno i nodi delle controversie visibili, evitare gli urti inutili, concentrarsi solo se possibile sulle lotte che non si possono davvero evitare cercando di trattare, di fare patta, non di travolgere e schiacciare l’altro.
È una storia così vecchia che fa impressione che si sia ancora così ingenui in merito.
Intanto, per favore, visto che le vicissitudini della prima infanzia resteranno affidate all’imponderabile, almeno in parte, vediamo di cambiare radicalmente la scuola. Ma non con le piccole panacee. Con provvedimenti strutturali, meditati, frutto della miglior pedagogia (che c’è anche se non arriva mai alle istituzioni di massa)che alcuni uomini e donne sensibili ci hanno regalato.
with 4 comments 1

4 comments on “La vexata questione della violenza (1)”

  1. Maurizio

    Sublime il fatto che un articolo chiaramente ispirato a casi recenti parli di qualsiasi cosa tranne di ciò che lo ispirato e lo renda attuale.
    Aspettiamo di sapere come l’autore, in uno dei peggiori istituti professionali delle grandi città, affronterebbe i nordafricani armati di coltello (giusto per rimanere sul concreto e non continuare a raccomandarsi l’anima al diavolo con le solite filippiche).
    Troppo facile pontificare, avendo il culo al caldo, tra i debosciati alunni di qualche corso di laurea di “Scienze dell’amicizia”.

    Un carissimo saluto,

    Maurizio

    Reply
    • wp_8552554

      Ah, immagino che un buon modo sarebbe quello di Sidney Poitier ne Il seme della violenza (il film) 😉

      Reply
      • Maurizio

        Meglio ancora come Michelle PFEIFFER in Pensieri pericolosi. Avrebbe l’occasione per fare il berretto verde con la parrucca bionda in testa, potrebbe tentare la carta della seduzione se per puro caso il dialogo non funzionasse

        Un carissimo saluto,

        Maurizio

        Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *