La danza violenta degli uomini e delle donne

Donne e uomini si battono, si sfidano, si feriscono. Da sempre. Sempre nell’arena. E poi si curano e ancora si feriscono. Ma una volta c’erano delle regole, regole precise.

Una danza. La danza, quella essenziale. Poggiando il piede sulle forme differenti della loro arte.

Fino a un certo tempo, sapendo che l’uomo ferisce per presenza, la donna ha ferito per assenza.

L’uomo ha preteso di esserci, la donna di nascondersi e il dolore che ha portato l’uno, violando l’intimità, l’altra glielo ha restituito semplicemente disertando l’intimità.

Le relazioni degli uomini e delle donne, tramate di piacere e di dolore, han funzionato da sempre su questa simmetria, dove l’uomo avanza la donna arretra, dove l’uomo riempie, la donna svuota (e non in senso triviale). Guai a voler mutare questa vera e propria arte marziale o a credere che la violenza sia più forte da una parte che dall’altra.

In un litigio la donna ammutolisce, l’uomo inveisce. Quante volte ciascuno di noi uomini ha visto la donna sparire, non necessariamente sul piano fisico ma anche solo tacendo. E tacendo a lungo, al punto di farci impazzire. Ma anche quante volte ha disertato il campo, lasciando il vuoto, o pretendendo che lo lasciassimo noi: sparisci, non ti far più vedere.

Quanta disperazione per l’uomo che pretende la presenza e che talvolta la traduce in dominio, in prigionia, nella ferocia di un gesto che impone o che viola.

La donna, come un abile karateka, sa sottrarsi alla pretesa di dirsi, di aggredire a propria volta, elude, e non c’è miglior elusione della scomparsa, del silenzio, del non rispondere all’appello, fino allo stremo.

L’uomo si sfinisce nel domandare, nel reiterare il gesto che dovrebbe farla ricomparire. La donna ricompare un attimo prima che il vuoto trascini nella follia, o un attimo dopo. O sparisce per sempre.

Quale violenza è peggiore, quella che prende il campo, che grida, che scuote e che talora aggredisce? O quella che non si fa trovare, che non risponde, che lascia il vuoto e che trascina nel gorgo del non più e del chissà?

Son violenze simmetriche, frutto di un lungo addestramento reciproco. Si può uccidere con un coltello ma anche rendendosi fantasma (il fantasma che lavora lentamente ma che è capace di perforare la sostanza più dura fino ad annientarla).

Donne vengono ferite fisicamente, picchiate e talora uccise quando la danza oltrepassa il confine della sopportazione. Uomini vengono abbandonati nel vuoto, privati d’ogni appoggio e allora impazziscono o si uccidono.

Oggi però anche le donne vogliono esserci, prendersi la presenza, dominare la scena. E allora vince chi è più forte, la danza è interrotta, ci si scaglia gli uni contro gli altri per vincere, per dominare, per umiliare.

La morte (della danza) si gode la scena.

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