L’evaporazione della donna: note di costume

L’evaporazione della donna: note di costume

Poco tempo fa mi è capitato di proporre qualche breve nota sul tramonto della mascolinità. Sembra banale, almeno dialetticamente, dire che la femminilità scompare con esso e in fondo non farebbe che sancire ciò che ogni teoreta queer, non binario e fluido non fa che auspicare e proclamare ogni giorno. Con buona pace per noialtri etero (o cisgender) rimasti evidentemente arroccati su antiche persuasioni e, ahimé, antiche dinamiche di desiderio.

Infatti, non intendo neppure da lontano impegolarmi in una polemica di carattere teorico sulla quale sono anche poco preparato e che ormai mi sembra che si consumi soprattutto all’interno del mondo delle donne, tra femministe vecchia maniera, diciamo e queer.

Mi limito tuttavia a qualche osservazione un po’ da vecchio avvinazzato (alla Bukowski), o, se si preferisce da vecchio orfano di qualcosa che, nel bene e nel male, è stato al centro della mia vita e che ora, mi pare, va scomparendo, la donna appunto.

Al di là infatti dei caratteri biologici, abbastanza rintracciabili ancora sotto forme di abbigliamento sempre meno binarie (uso questo termine provocatoriamente, anche perché ogni volta che lo pronuncio mi si sfrizzola il velopendulo e sarei tentato di accompagnarlo con una ipotiposi digito interrogativa (per usare due meravigliose locuzioni gaddiane)), ciò che ho imparato a riconoscere fin dalla più tenera età come donna, svanisce ogni giorno di più dall’orizzonte.

So bene che per molti quella “cosa”, uso questo termine volutamente, era una costruzione in gran parte culturale. Non lo nego. E tuttavia, è di essa che ho sempre avvertito il bisogno (sì, proprio bisogno), essendo anch’io evidentemente un prodotto culturale, e per la quale ho molte volte messo in scena quell’imperdibile (secondo Paolo Conte) spettacolo di arte varia che avrebbe dovuto almeno assicurarmene l’attenzione (se non addirittura la “conquista”, sottolineo il termine con spavalda vena autolesionistica).

MI viene in mente un’antichissima pubblicità, credo del caffè: “dov’è dov’è, dov’è la donna?”.

Gli individui di sesso femminile che ho conosciuto negli ultimi anni, spesso sono ancora dotati dei caratteri fondamentali che accendono i motori del mio desiderio. Ma poi, una volta avvicinati, nella grandissima maggioranza dei casi, si rivelano altro, radicalmente altro da ciò che i loro segni biologici, almeno per me, farebbero sperare.

Mi limiterò quindi a qualche notazione certo superficiale ritenendo però con molti che è nella superficie che si rivela la profondità.

Oggi le donne (penso a molte donne che incontro sul lavoro ma anche per esempio alle mie studentesse universitarie), sono fredde, perennemente affaccendate, scostanti, determinate, imperative, autocentrate, calcolatrici, avare (nel senso di avare di sé). Ovviamente è una generalizzazione e molti casi particolari possono apparire diversi benché, purtroppo, sia sempre più difficile trovarne.

Uno dei caratteri più eclatanti è che non hanno mai tempo. Mai tempo per niente, anche quando si rivelano disponibili. O ti si affezionano. Non sto parlando delle donne che ti rifiutano, quelle son sempre esistite e ovviamente non avevano tempo (benché oggi rifiutare qualsiasi cosa, sia anche l’offerta di un ombrello se piove sembri un loro carattere distintivo, “a buon conto”).

 Tempo zero (alla faccia dei “tempi delle donne” di antica memoria. Il che non è certo un delitto, anzi. Ma vorrei specificare: poco tempo e poca voglia anche di modificare i propri piani sul tempo per ampliare magari quelli dedicati al sentimento. Cioè: “noi ci vediamo domenica, giusto? Non chiedermi di modificare tutti gli impegni che ho preso in settimana per vederci prima” (quali che essi siano). .

Sintetizzando: le donne sono sempre impegnate. Buon per loro, dirà qualcuno e tuttavia questo va a scontrarsi con un aspetto che ho sempre cercato nella donna che è quello dell’accoglienza e della disponibilità. Avarissime sono ormai tutte, a meno che non si tratti della loro autorealizzazione professionale. Lì trovano sempre il tempo. In amore no. Insomma, come credo abbiano fatto gli uomini per moltissimo tempo (il che non va certo a loro merito).

Comunque, già la parola amore, nelle donne contemporanee, è piuttosto sgradita. Loro hanno rapporti e, qualche volta, un marito, che però, nella mia esperienza, sembra piuttosto un soprammobile.

Sono dure e cattive. La cattiveria delle donne di oggi è del tutto incomparabile con quella di una volta. Intendiamoci, le donne son sempre state crudeli, è nel loro dna (e credo che su questo abbiano costruito gran parte del loro vecchio potere seduttivo). Oggi però non c’è quella crudeltà lenta, sapientemente organizzata, che portava un uomo al delirio amoroso: dare e non dare, far vedere e togliere, far annusare e negare. Quella anzi è sparita. Oggi si dà subito e si toglie anche subito.  La coccola è una cosa che a queste donne ripugna. Il tempo le reclama altrove. Subito.

Senza scrupoli. Quando ti hanno usato, perché in altro modo non si può dire, spariscono. Il ghosting, di cui sono stato vittima, che, se sei innamorato, è una cosa che ha a che fare con la pura tortura, è ormai una pratica diffusa. Non rispondono più, chiudono tutti i canali e tu, che non puoi rischiare di pedinarle o aspettarle sotto casa se non a rischio di denuncia per stalking, sei condannato alle pene dell’inferno.

Ma senza arrivare a tanto, le donne contemporanee usano pratiche che sembrano avere più a che fare con il licenziamento in tronco, quando si stufano, che con la ricerca di una via d’uscita condivisa.

Una volta esistevano le lettere, le lunghe telefonate, i melodrammi (talora artefatti ma almeno corroboranti) con buona dose di lacrime. Ormai si vedono solo nei film. Oggi le donne ti mandano un messaggino: “non credo che sia il caso di proseguire. Ciao”.  Asciutte ed efficaci, non c’è che dire. Del resto, altri impegni o altri amanti incombono.

Occhio poi se vi capita, magari inavvertitamente, di toccarle. Lo sguardo siderante con sottinteso “ti denuncio” è immediato. Non parlo di toccamenti sconci ma anche solo appoggiarle una mano sul braccio o farle una carezza sui capelli.

Sul lavoro la loro ferocia è impareggiabile. Competitive e ambiziosissime. Sembrano che abbiano imparato il peggio dagli uomini peggiori. Alla faccia dei tempi in cui si immaginava che la donna avrebbe portato sul lavoro una diversa visione del tempo, la cura, il dialogo e la comprensione.

Sul vestire poi siamo nella piena schizofrenia. O tenuta squillo -tacco venti, gonna zero, top copricapezzolo per le serate mondane- o tuta da ginnastica (chi può firmata chi non può dell’upim, come si diceva una volta). Felpe, leggins più felpe, scarpe da ginnastica sempre, tatuaggi anche lì oppure piercing ancora lì. E anelli sulla lingua.

Per carità, non discuto. Finisce che sembro solo una vecchia cariatide, il che è ormai vero ma debbo dire che questi organismi che si presentano sempre più spesso sconfinano davvero nell’indefinito, oltre persino il genere umano, in nome forse di qualche orizzonte antispecista, verso l’ibridazione vegeto-macchinico-animale. Talora pelose, con grande orgoglio, talora con seni chiaramente modificati e duri come palle da bowling, la calzatura se non è da ginnastica è l’anfibio o la birkenstock (cioè la fine del piede femminile, per quanto mi riguarda).

Certo, lo so, le donne devono fare tutto il doppio, fanno le madri (sempre peggio peraltro), lavorano, però non si occupano più dei loro uomini. Sfatiamo questo mito. Oggi non esiste più la donna che fa da mangiare e sistema i vestiti del marito. Se esiste ormai, è una rarissima superstite del mutamento radicale in atto (benvenuto, per carità, sia mai che si abbia nostalgìa della massaia). Sempre più spesso mi dicono, le amiche, che è il marito che cucina. Loro, tutt’al più, stirano. Sempre che non ci sia la signora delle pulizie, ovviamente (lei ancora signora, l’ultima rimasta).

Poi sono diventate incredibilmente forti. Facendo palestra tutte, indiscriminatamente, hanno muscoli temibili e, anche nel sesso, possono girarti e rigirarti come un bambolotto (specie il mio genere, magrolino).

Insomma, potrei andare avanti a lungo. E potrei anche paludare il discorso con un po’ di riferimenti culturali, per esempio evocando psicologicamente il tema di un equilibrio archetipico che le relazioni umane sembrano richiedere e che la scomparsa dei caratteri fondamentali di alcuni dei caratteri precipui di tali archetipi (l’uomo e la donna per esempio) sembra pregiudicare. Potrei parlare della  desessualizzazione dei corpi, un traguardo androginale che il nostro nuovo capitalismo sembra avere di mira tra le tante forme di razionalizzazione del suo futuro mercato. E naturalmente la virtualizzazione di rapporti che ovviamente non hanno più bisogno di corpi distinti per rendersi fantasmatici. Ma queste volevano essere note di costume e lo rimarranno, benché non voglia negarmi chissà in futuro uno studio più analitico su questa scomparsa e su ciò che la sta rimpiazzando (non fosse che l’ha già fatto nel 2007 Marina Terragni ne La scomparsa della donna (Mondadori).

Un tempo le ragazze portavano le gonnelline a pieghe, le camicette e i maglioncini d’angora, erano morbide e profumavano. Quando ti baciavano sembrava di entrare nel giardino delle delizie, i loro capelli ti accoglievano come un balsamo e la loro pelle era quella di un bimbo.

Ti ascoltavano, anche quando dicevi palesi idiozie, si tenevano per sé una filosofia ben più profonda della nostra, offrivano il loro seno ai nostri baci e sapevano ancora organizzare un pranzetto con i fiocchi. Dicevano sì e no e ancora sì e no e ti guardavano da sotto in su, con lunghe ciglia morbide.

Trovavano il tempo per l’amore e anche per le coccole. Anzi, se provavi a negargliele, si incupivano. “Resta ancora un po’”, dicevano, e facevano scivolare una loro tenera gamba tra le tue.

In auto erano dolcemente imbranate e non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. Ogni tanto appoggiavano la testa sulla tua spalla e, perfino, si addormentavano, respirando piano. Momenti di pura felicità. Ora tu vorresti appoggiare la tua testa sulle loro spalle, ma primo ti allontanano infastidite, secondo hanno spalle da Schwarzenegger e sarebbe impossibile riposarvici.

Sì, sono un vecchio maschio patriarcale (o forse, semplicemente mascolino). Rivoglio quelle donne, capaci di oziare, di sognare e di incantare proprio per quella loro ineffabile differenza, per quel mondo profondo, tessuto nella morbidezza, nell’attenzione, nel piacere intenso ad occhi chiusi, nelle stoffe inesauribili dei loro abiti, oggi scomparse e sostituite dai “materiali tecnici”, nelle pieghe del loro corpo, nelle loro valli, nel loro clima, umido, tiepido, delicato, notturno, nelle loro voci e nei loro profumi.

Quelle donne che ho impresse nella memoria (forse anche quella letteraria) e che non trovo più lì fuori.

Dove imperano queste nuove donne, mascoline, dure, spesso violente, totalmente incomprensive, in guerra su tutto, centrate su di sé e sulla propria riuscita professionale, muscolari, per niente tenere, insensibili, prive di grazia.

Perfette madri per il mondo artificiale di domani, che vi regalo volentieri.

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One comment on “L’evaporazione della donna: note di costume”

  1. Elisa

    Specificherei molto di più. Quelle donne WASP, figlie di quel mondo lì, e già si sapeva, quarant’anni e più fa, che quel modello avrebbe vinto. O almeno, io – più che saperlo (allora) – me lo sentivo. Io non sono così: benché donna, e eterosessuale. E aggiungerei che le donne che tu (ma seriamente???) descrivi sono le compagne perfette per quegli uomini lì, che hanno le orecchie, ma non sanno ascoltare.
    Son tutte generalizzazioni, Paolo. Ma si confanno abbastanza a quel mondo WASP, modello vincente, e non da ora

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