I nostri tempi, il mio tempo

I nostri tempi, il mio tempo

 MI soffermo a pensare sul perché non riesca a scrivere in questo periodo. Sono bloccato, devo farmi forza.

E’ che è difficile appassionarsi. Sento tanti prendere posizione ogni giorno, su questo, su quello, il più delle volte con un pensiero poco sfumato. Bisogna stare di qui, di là, da una parte. Se non si è da una parte allora vuol dire che si è dall’altra. Su ogni fatto, su ogni evento, anche minimo, subito così tanti hanno da dire.

Tutto questo mi spegne, mi avvilisce, avvilisce la mia sensibilità. Allora chiudo, volto le spalle al presente, cerco conforto nei romanzi, in film lontani, nel sonno.

Non mi piace il tempo presente, e non solo per le note e strillate ragioni, intolleranza, fascismo (sullo stile “fascista” di tanti comportamenti andrebbe aperto un capitolo a parte…), violenza, ecc. ecc. ecc. Non mi piace per la fretta, non mi piace per la mancanza di sfumature, per la mancanza di respiro, per l’assenza di quella necessaria ambivalenza, chiamiamola come vogliamo, di quella capacità di cogliere più ragioni, più sfaccettature che tanto è insopportabile ai militanti. I militanti, che strana stirpe.

Ne ho fatto parte anch’io, tanto tempo fa. E l’immagine mi è odiosa oggi. Quanto ero intollerante, quanto ero giudicante e di quante cose mi sono privato per pregiudizio, per ideologia, per paura, probabilmente. Paura che quella balaustra di idee abborracciate dietro cui mi nascondevo, che nascondeva a me stesso persino ciò che davvero desideravo, cedesse e mi lasciasse inerme di fronte all’ambiguità profonda delle mie motivazioni, dei miei bisogni più autentici.

Noi sempre i più bravi, i più giusti, i più buoni, come diceva giustamente Gaber in una canzone un po’ dura ma sostanzialmente vera. Noi dalla parte giusta. Noi. Ma noi chi siamo? Cosa vogliamo veramente? Cosa?

Non lo so. Lo so sempre di meno. Vedo tanta fretta, tanta furia di “stare sul pezzo”, come si dice. Persone sempre pronte a dare risposte immediate, a prendere posizione, con convinzione, o almeno simulandola, come fanno i politici, tutti simulatori di professione. O i giornalisti, pure peggio, lacché, cercatori di successo facile, imbonitori per affermare la propria immagine, il proprio posto al sicuro di qualche talk-shaw.

Ma poi un po’ tutti oggi siamo politici e giornalisti, gente che vive “in tempo reale”. Indignati, accalorati, sentenziosi. Pronti a dare addosso a questo o a quello. Dalla parte dei migranti, senza se e senza ma, dalla parte delle donne, dalla parte di tutti e di nessuno. Senza sfumature, senza profondità, senza finezza di sguardo.

Hanno tutti ragione, recitava il titolo di un bel libro, a modo suo, di Sorrentino. Le prime pagine di quel libro elencano tutto ciò che il protagonista detesta. Praticamente tutto. Come lo capivo! Tranne? Tranne le sfumature. Vero. Le sfumature. Come sono importanti e quanto le ignoriamo.

L’uomo che ha ucciso la moglie è un carnefice. Ma le sfumature? Lo scafista è un assassino: ma le sfumature? Salvini è un fascista. Ma le sfumature? Di Maio e i 5 stelle sono populisti, incompetenti, anche loro fascisti. Ma le sfumature?

Ma certo, chi se ne importa delle sfumature, delle biografie, delle storie, delle emozioni, della giungla delle ombre e delle luci. Bisogna prendere posizione. Vogliamo forse interrogarci sulle sfumature di Hitler, magari come provò a farlo Sokurov in un magnifico film? Sarebbe politicamente scorretto.

Ma non è il tempo delle sfumature…

Mi spiace ma non ce la faccio. Non riesco per esempio a stare sempre dalla parte delle donne. Sento un nuovo zdanovismo nel femminismo di oggi. Torna uno spirito di esasperazione che abbiamo già visto. E che fa spesso danno. Non riesco a stare neanche con i “compagni” che danno addosso ai 5 stelle ad ogni pié sospinto, in maniera grossolana, senza valutare fino in fondo cosa davvero ci dicono quei giovani che hanno aderito a quel movimento. Mi spiace. Non ho le vostre chiarezze. Non riesco a leggere un fatto e a prendere subito posizione.

I fatti sono grossolani. Quei fatti che ci arrivano sempre da fuori, da lontano, mediati dalle agenzie, dalle foto, dai commenti che li manipolano e li modellano secondo necessità. Che ne sappiamo delle popolazioni delle periferie che aggrediscono i Rom? Che ne sappiamo noi, che non viviamo lì, e spesso stiamo in confortevoli appartamenti da dove sputiamo sentenze sprofondati nelle nostre poltrone? Certo, provo simpatia per i Rom, per i migranti, per i ragazzi che sfilano per il futuro. Come voi. Certo. Ma non riesco quasi mai a condannare quelli che la pensano diversamente.

Noi diciamo sono ignoranti. Sì, forse. Meglio sarebbe dire che hanno un’altra cultura, non libresca, non giornalistica, non sono “colti”. Ma dove vivono? Cosa fanno, che storia hanno? E’ troppo facile prendersela con il popolo dei bar, delle slot-machine, dei Bingo. Con quelli che compilano i gratta e vinci al centro commerciale. Ci abbiamo mai parlato? O meglio, li abbiamo ascoltati?

Cosa sappiamo di noi piuttosto? Davvero sappiamo chi siamo, da che parte stiamo, nel più profondo di noi stessi? Tempo fa mi ero chiesto e poi lo avevo fatto anche in un post sul mio blog, quanti di noi, sinceramente, trasparentemente, autenticamente, avrebbero ospitato dei migranti nelle loro case. A caso. Il primo che arriva, bello o brutto, sporco o pulito, arabo o transilvano.

Mi si fece notare che era un’estremizzazione, che non era quello il punto. Forse non lo era, per chi mi rispondeva. Ma per me sì.

Io non sarei stato contento di dividere la mia casa con un migrante. Ecco, l’ho detto. Ma non perché sia un migrante. In generale non mi piace dividere la casa con sconosciuti. Peggio ancora con gente molto diversa da me. Al limite posso condividerla con qualcuno che amo. Casa mia è casa mia, mi piace la mia pace, il mio silenzio. Non amo essere disturbato se non da chi desidero io. Questa è la mia verità. Una verità che accomuna molti nel tempo presente, figli della cultura dell’individualismo fatta di diritti di libertà ma di una sempre più accurata inibizione alla solidarietà, quella fisica, concreta, carnale, non quella strombazzata sui social.

Certo, posso andare a sfilare in piazza per questo o per quello ma dopo, dopo voglio la mia doccia, il mio letto, il mio frigorifero e il mio riscaldamento. Senza gente intorno che rompe. Così sono io e sono certo che anche tanti altri sono così, anche tra quelli indignati e vociferanti.

Questo è quello che capisco. Mi indigno anch’io, eccome. Ma quanto sono disposto a sacrificare la mia trincea? Perché non invitiamo i Rom a mettere un loro campo sotto casa nostra? Ospitiamoli nel nostro giardino, perché no? Magari solo una roulotte, se qualcuno è disposto ad allontanarsi dalla comunità.

Personalmente non ho neppure voglia di uscire con qualche femminista accesa, che mi asfissia per ogni parola sessista che mi sfugge, sia una desinenza, un aggettivo o un sostantivo vietato.

Penso spesso alle donne, le donne di oggi, le donne in lotta, le donne dei diritti, le donne dell’autodeterminazione, della parità, del #metoo,  le donne delle donne. Perdonatemi ma mi intristiscono. Loro che possedevano la medicina. La avevano in dote. La medicina della cura, della vulnerabilità, della solidarietà, della pazienza, del tempo. Ora hanno aderito anche loro alla “teoria svedese dell’amore”: hanno barattato la tenerezza con la spietatezza, la cura con l’affaccendamento forsennato, l’interdipendenza con l’indipendenza, il calore e l’amore con il successo e la competizione, la vita con la carriera, l’umbratilità con la visibilità, l’ospitalità con la cura di sé, l’intimità con l’estimità. Hanno fatto la rivoluzione, la stanno facendo. Ma non hanno portato le qualità del femminile, hanno aderito al peggio della cultura maschile, sono uomini spesso peggiori di noi, più crudeli, più ambiziose, più carogne.

Ma forse anche loro sono solo confuse, maneggiano cose che non conoscono, si snaturano, letteralizzano troppo le loro mete, senza coglierne la cifra simbolica. Forse un po’ come tutti, così presi dalla religione del nostro tempo, la religione di una ben strana libertà in cui a soccombere siamo tutti, compresi quelli che la predicano.

Personalmente simpatizzo per i 5 stelle. Buffo, quando ho messo un post in cui comunicavo di partecipare a un’iniziativa dei 5 stelle ho ricevuto un pugnetto di like, a differenza di quando prendevo posizione “ a sinistra”. I miei “amici” sono piuttosto intolleranti, mi sono detto. Personalmente trovo originale la storia dei 5 stelle, le loro idee mi sembrano interessanti e innovative, i loro comportamenti molto più sfumati di quanto non sembri dai commenti che circolano anche tra menti raffinate. Anche loro sono confusi, barcollano, appaiono poco decisi, e questo non è necessariamente un male. Ma hanno portato nella politica del nostro paese, con un linguaggio più vicino agli “ignoranti”, i valori della solidarietà, della decrescita, dell’opposizione allo smisurato. Non è poco. D’altra parte per chi ha preso posizione una volta per tutte per l’unica causa giusta (per esempio quella del “lavoro”, bontà loro…) sono solo degli impostori, dei qualunquisti, dei populisti.

Ultimamente penso che dovremmo imparare a parlare solo di ciò che conosciamo bene, con il senso necessario dell’ambiguità che pertiene ad ogni “fatto”, prendendoci il tempo, anche tacendo, cercando le sfumature, scavando un po’. 

Io so di poter parlare di educazione diffusa perché quella sento di poterla davvero condividere, appartiene alla mia vita, so di che si tratta. So di poter parlare di insegnamento appassionato, perché è la mia storia, di eros nell’insegnamento e nell’apprendimento, che cerco di praticare, anche se può suscitare ritrosia in chi vede l’eros come una minaccia alla presunta etica dell’insegnamento.

Ma non so se posso più parlare del resto, di ciò per cui non sono davvero disposto fino in fondo a esserci. Esserci davvero, come faceva Genet con i palestinesi, simpatie omosessuali a parte. O Hocquenghem con gli arabi. MI stizzisce la grossolanità di tanti giornalisti, mi stizziscono le bugie, i riduzionismi, le prese di posizione urlate, che siano della Boldrini o della Santanché. MI stizzisce l’imposizione a dire il proprio parere in venti secondi delle trasmissioni televisive (per cui ho rifiutato già due volte di prendere parte a trasmissioni del mattino dove non sai se avrai 5 o 10 secondi per dire qualcosa), i caratteri limitati di Twitter, la disponibilità a leggere un post solo se non supera le venti parole.

Amo i romanzi, ma quelli lunghi, densi. Leggere Pynchon, Foster Wallace, Martin Amis, Yehoshua, Bouillier, Ford. Amo guardare grandi film, che hanno il tempo di sostare nelle sfumature, nei dettagli, che procedono, lenti, fluviali, come si diceva dei film di Tarkovskji.

Ecco forse perché non riesco a scrivere. Scrivere sul blog, che chiede la brevità, ma fatico soprattutto a prendere posizione in modo chiaro. In un’epoca invece così nebulosa, così indecifrabile. Occorre ancora una volta prendere la parte dell’ombra, coltivare la contraddizione, evitare ogni forma di unilateralità.

 Mi scuso, anche davanti a me stesso, alla mia voglia di esserci, in qualche modo, di non essere dimenticato, di suscitare approvazione, come tutti. Tutti più o meno soli, davanti ai loro pc, o ai loro cellulari, correndo da un punto all’altro del mondo a raccogliere applausi, o fischi. Pur di esserci, di dire la propria, di non restare soli, davanti allo schermo di una tv.

D’altra parte coltivare l’ombra non vuol dire non prendere parte, è che occorre più attenzione, più accuratezza, più gusto della sfumatura. Non voglio neppure finire nel girone di quelli che si fanno le pere  di nuove sacralità per sopravvivere al presente, rincorrendo qualche supposta salute spirituale.

Deve pur esistere un punto di vista intermedio che, senza rinnegare la nostra limitatezza, possa portare un contributo di profondità, di complessità, di non giudizio, di paziente sorveglianza della sfumatura sempre pronta a dissiparsi. Cercando invece di coglierla, di entrarci dentro e da lì retroagire e rendere un po’ meno sicuro il nostro schierarci, in modo forse da far ripartire un senso di appartenenza più articolato, più aperto, meno incline a dividere e condannare.

Occorre anche spingerci più a fondo oltre i nostri cliché, per riconoscere le nostre motivazioni e le nostre paure, perché fino a che restiamo al di qua di esse, finché non reimpariamo a rintracciare i nostri desideri, anche quelli più inconfessabili, non riusciremo a vivere un solo minuto di vera intensità, di vera incarnazione.

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3 comments on “I nostri tempi, il mio tempo”

  1. Cristina

    Per un post cos mi prendo tutto ” il tempo che resta”…come diceva Agamben.
    Grazie per aver scritto comunque, per aver vinto fatica e resistenze ed aver detto quello che sento dentro da cos tanto tempo: la bellezza e la lievit di poter essere portatori di pensieri e sentimenti non sempre cos categorici e definiti.
    Le sfumature, che bella immagine.
    A sabato,
    Cristina

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  2. michele cerchia

    Grazie per questo scritto. Poiché lo avverto come qualcosa di familiare, ho il desiderio di dare la mia risposta a questa stessa perplessità da lei così bene espressa: “Non riesco a stare neanche con i “compagni” che danno addosso ai 5 stelle ad ogni pié sospinto, in maniera grossolana, senza valutare fino in fondo cosa davvero ci dicono quei giovani che hanno aderito a quel movimento. Mi spiace. Non ho le vostre chiarezze. Non riesco a leggere un fatto e a prendere subito posizione.”
    Ecco, nemmeno io riesco a stare con i “compagni” ma ho votato 5 stelle, poichè mi sono letto anche l’accordo di governo le posso confermare che ci sono tre righe e non una di piu’ sui vaccini. Pertanto uno si aspetta che quantomeno ci sia una sospensione della miseria umana che ci ha regalato la lorenzin. Tanto non c’è accordo e puo’ rimanere il disartro com’è, poi si vedrà. e invece assisto a qualcosa di ancora peggiore, di non richiesto pcon delle dichiarazioni rilasciate dalla Ministra che è pure medico ( salvaci o Signore). Allora nemmeno io ho le chiarezze sufficienti come dice lei, ma pare che i 5 stelle ce l’abbiamo imporvvisamente e che siano diverse da quelle che in campagna elettorale e in parlamento hanno presentato relativamente a questa faccenda. Pertanto, sono certo, che questi “riduzionisti scientifici” ( ho aggiunto la parola scientifica alla sua …) invece pare siano pieni di certezze, pertanto stanno facendo il peggio possibile in campo sanitario. Discorso scomodo, ma il resto sono sciocchezze… questo è il punto fondamentale. Quindi, grazie per queste sue bellissime e profonde parole, che condivido e sento mie… tranne che su questo punto io invece la certezza ce l’ho eccome, c’è un attacco profondo… una sferzata micidiale da parte di chi ha interessi economici in campo sanitario, senza precedenti. i fascisti non sono solo quelli con le camice nere, ore le hanno sbiancate…. ora sono diventate bianche, ma bisogna perdonare quelli che non sanno quello che fanno, giusto, ma molti lo sanno eccome…e mentono sapendo di mentire.

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  3. matteo

    Grazie Paolo e molto bello quello che hai scritto.
    Quanto mi sono rivisto in questo non riuscire a schierarsi, pensare di sostare nelle sfumature mi aiuta a riconoscere la sensibilità necessaria per esserci.

    “in fondo noi dobbiamo solo Esserci, semplicemente ma con insistenza come la terra, concorde alle stagioni, chiara e oscura e tutta nello spazio, senza pretendere che posare in altro, che nel reticolo degli influssi e delle forze, in cui le stelle si sentono sicure.” Rilke

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