Viva il fallimento!

Viva il fallimento!

Vorrei oggi concentrarmi su una delle più spaventose angosce del nostro tempo, quella del fallimento, parzialmente collegata a tematiche ben più cariche di sensi stratificati come quelle dell’errore e della resa.

Qui voglio però concentrarmi proprio su quella del fallimento, in parte fisiologica per così dire ma sicuramente incremementata esponenzialmente da una civiltà così poco generosa, così assillata dal successo (e nel più breve tempo possibile) e che letteralmente perseguita il fallire come un’onta irrimediabile.

Quanti suicidi per fallimenti lavorativi, finanziari, imprenditoriali, sentimentali e così via! Se posso perdonare quelli sentimentali mi sento invece di attribuire al nostro tempo indegno la colpa per gli altri, compresi quelli per gli studenti che pure si suicidano o si fanno del male quando non vengono riconosciuti come capaci o ahimé “competenti”.

A parte l’ovvio fatto, decantato persino nei manuali di didattica più seri, che si impara e si migliora solo sbagliando e fallendo (cosa che ogni onesto insegnante dovrebbe sapere prima di somministrare quella ridicola sanzione all’errore che si chiama “insufficienza” e che non ha altro scopo che quello di avvilire la motivazione di chi impara), e che dunque fallire è fisiologico al riuscire, va anche detto che il fallimento è anche una condizione che può assumere forme accettabili o addirittura confortevoli.

Posso assicurare che aver fallito nella conquista del potere universitario, che peraltro non ho mai davvero cercato, mi ha risparmiato quella tinta giallastra o di volta in volta quegli arrossamenti facciali rigati di couperose che tanti concorrenti ambiziosi hanno dovuto manifestare ben presto perché rosi dall’invidia, dalla competizione e dalla paranoia.

Personalmente consiglio a chiunque smani proprio per raggiungere il successo, che cerchi di farlo il più tardi possibile nella vita. Perché? Perché il successo, una volta raggiunto, è una trappola, ti imprigiona in esso e ti costringe ad una routine spaventosa per mantenerlo.

Appena si raggiunge il successo innanzitutto bisogna guardarsi da tutti quelli che si è fatti fuori a gomitate per arrivarci (perché ci si arriva solo così, credetemi, anche i migliori, un’ottima parabola in tal senso è Il film Il Cigno nero di Aronofsky), poi da tutti quelli che vi invidieranno e vorranno prendere quanto prima il vostro posto: una guerra. Tra le armi che avvelenano la vita più potenti e infallibili vi sono senza alcun dubbio l’invidia e la paranoia, strettamente collegate insieme specialmente nelle esistenze degli ambiziosi.

In più una tragica vulnerabilità proprio al fallimento. Ogni fallimento, in chi rincorre troppo la luce, si trasforma in un buio senza fondo, o al fondo del quale spesso c’è una terribile depressione o la morte (altro film sul merito Mulholland Drive di Lynch: parlo di film perché è più facile, in un paio d’ore ve li siete visti, per i più ambiziosi ci sono volumi massicci inerenti il problema dell’invidia, della paranoia e della sindrome megalomanica).

Quindi i vantaggi sono ristretti, anche perché se per un breve periodo, una volta arrivati, si gode dei privilegi che il successo garantisce (diventare noti, essere desiderati, se va bene scopare molto), poi cominciano a sorgere i dubbi: ma mi ama per me o per i miei successi, ma mi sta vicino e mi dice sempre di sì per me o per i miei soldi o ancora, scopa con me per me o perché sono un uomo o una donna di successo? E nonostante il cinismo per un po’ possa fare da palliativo, posso assicurare che alla lunga la crisi d’identità e la depressione conseguente sono inevitabili.

Quindi, fuor di ogni metafora, educare al valore del successo, cioè ciò che confindustria, università dell’eccellenza e  media sapientemente radunati insieme con ogni mezzo  propinano incessantemente, e purtroppo anche la nostra sagace scuola competitiva e meritocratica (o presunta tale), è una solenne stronzata.

Ai ragazzi va detto incessantemente: fa le cose perché ti va, non perché ti serve, scrivi, maneggia la plastilina, monta sugli alberi, dipingi, suona ma perché ti fa piacere, non per gli altri, non per il loro giudizio né per diventare suppostamente bravo come loro (al limite vale per fare colpo sulla ragazza o chi per lei). Puoi imitarli se ti piacciono, se il loro sound ti fa godere, se le loro abilità ti toccano, non perché hanno il successo. E’ difficilissimo, specie con questa nuova specie cresciuta nel mondo della competizione sfrenata e delle identità vulnerabili, dei talent e delle gare a tutto spiano, ma dai e dai possiamo farcela. Ne va, nientepopodimeno, che del benessere universale!

Occorre immediatamente mobilitarsi per prendere a colpi di piccone il mito del successo e con l’azzerare quanto più possibile l’inoculazione del siero di tale necrofila ideologia dalle televisioni, dai social, dalla classe dei padroni-imprenditori con le loro organizzazioni di beoti, dallo sport agonistico e da ogni altro campo dell’esperienza che non sia “facciamo a chi sputa più lungo” o nascondino.

Se possibile anche separando padri frustrati per non essere riusciti in settori determinati da figli bisognosi d’amore costretti per anni a giocare a tennis o a suonare il pianoforte per saziare le bramosie di successo paterno (e talora anche materno) per transfert (si veda la toccante autobiografia di André Agassi, probabilmente emblematica di tanti figli suoi simili incapsulati nei tentacoli del genitore predatore).

Come già ci hanno più volte suggerito i veri sapienti, quelli del ben vivere, da Orazio a J.K.Jerome, un fallimento ogni due o tre settimane  fa star bene,  rende più umili, più in consonanza con il ciclo di morte e rinascita di tutto il mondo intorno e più propensi al riposo, al buon vino e alla contemplazione e anche, nota bene, all’amore, tutte cose che non aggiungono benzina all’entropia spaventosamente in atto. Piccoli fallimenti, in dosaggi non eccessivi possono essere raccomandati anche ogni giorno, per esempio orinare fuori dal vaso (e poi subito sentirsi in dovere di porvi rimedio per non incorrere nelle ire coniugali), mancare completamente il soufflé di patate, o versare l’acqua del mocio sull’auto dell’imprenditore di successo appena lavata.

Vorrei una generazione di piccoli pargoli non assatanati dalla pulsione insana del successo, propensi all’accomodamento, all’accettazione senza rancore di essere a metà classifica o anche alla fine, sempre sperando, predicando e operando perché le classifiche spariscano dalla faccia della terra, come i voti, i giudizi, le stellette, i premi e altre baggianate del genere che, eventualmente, vengano sostituiti da abbracci e baci per i partecipanti, con autentico spirito olimpionico, e magari un premio speciale in natura per chi, alla fine di un qualsiasi cimento liberato dal giogo del primeggiare, offre da bere a tutti.

Ah, un’occhiata a Dio esiste e vive a Bruxelles, di Jaco Van Dormael, non può che giovare alla causa!

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