Il Macellaio

Il Macellaio

Lasciatemi sfogare. Stamattina mi sono svegliato, e presto oltretutto, troppo arrabbiato per questo. Basta, io non voglio più doverlo sentire. Non posso più leggerlo. No, vi prego. Questa storia del grande comunicatore. Di quello che è bravissimo a usare i media, quello che è un maestro (sì, ho sentito anche questo) della politica contemporanea. No, no e no!

E quell’altra storia del vincente? Non si può più sentire. Già la parola disturba, perché gronda la mefitica ideologia della peggiore America, il winner, il loser, roba da vomito.

E noi ancora qui a celebrare la retorica da wrestling, da grande circo Barnum del dove si può andare ancora più giù facciamolo?

E non si evochi quelle altre etichette infamanti, che vengono usate per screditare, sempre da questi comunicatori, chi si oppone a questa deriva, gli “snob” e i “radical-chic” (ve lo ricordate il nano che denunciava il“culturame”, che pure lui citava peraltro la peggior retorica del secolo passato?).

No cazzo. Occorre dire basta a questo rovinosa corsa al peggio. O almeno lo dico io, per me, per me ok?

Quello lì, il Macellaio, come a me piace chiamarlo (con il massimo rispetto peraltro per la categoria), perché ogni volta che lo vedo mi chiedo dove ha lasciato il grembiule sporco di sangue, quello lì è un altro passo verso lo zero assoluto. Rendiamocene conto. Chi dice che è bravo, foss’anche per fare la cazzoeula, deve assumersi il peso delle sue responsabilità.

Quest’uomo (ma è un uomo? bah, sì, ormai siamo quasi tutti sono sempre più così…) è appena un millimetro sopra i primati da cui discende. O forse neanche. Con quel labbro pendulo e la ghigna sempre schiumante di rabbia.

Qui dobbiamo intenderci: il fatto che molta gente esprima accordo con il Macellaio non significa che il Macellaio sia bravo. Significa che la gente è davvero un paio di metri sotto il livello del suo proprio water-closet.

Sono ormai quarant’anni che ci zuppiamo questa minestra. Il primo fu il suo degno maestro Bossi, che al confronto era un finisseur. Almeno lui, pur già nell’accozzaglia di idiozie che propugnava, ci provava a coltivare una sua mitologia, i suoi riti al limite del barbaro (forse era un discepolo di Heidegger?). Però fu lui a aprire la via al sempre peggio. E non che prima avessimo dei grandi sapienti (figuriamoci, hanno messo a sacco l’Italia in un modo che non si riprenderà mai più probabilmente). Però almeno loro sapevano comunicare, se per comunicare intendiamo comunque saper mettere insieme quattro concetti che abbiano un senso e non semplicemente barrire come gli ubriachi del bar (con il rispetto per la Sofistica di augusta memoria oggi non so perché tirata a fuori a sproposito addirittura per commentare il Macellaio: povero Gorgia!).

Poi signori, e ancora non si può nemmeno riconoscerlo senza una vergogna infinita, abbiamo sorbito quell’altra figura tragicomica del Cavaliere. Non quello dalla triste figura purtroppo, ché quello dovrebbe sempre scortarci nel nostro quotidiano, se non altro per la meravigliosa ricchezza della lingua, no, l’altro, il nano, quello tutto denti di cane, che già solo il nome avrebbe dovuto distoglierci dal prenderlo anche solo in considerazione. E sì, sono radical-chic e lo dico: Berlusconi è un nome che, al più, si può dare a una ferramenta (anche qui con rispetto per la categoria). Ci rendiamo conto che anche lui passava per bravo, anzi straordinario comunicatore? Che ci siamo fatti ipnotizzare (non io, mi s’intenda ma una parte significativa di questa nostra gente a cui evidentemente il passaggio per le nostre scuole magnifiche e progressive ha fatto meno di una pugnetta notturna) da uno che all’inizio non compitava neanche l’italiano  e che straparlava della qualunque senza un senso compiuto e senza una vaga idea in testa che non fosse il decalogo di Gelli rifritto in salsa Mediaset (cioè a dire un fascismo sbroccato con battute pop sulle qualità della figa, e scusate se anch’io, per rendere l’idea, devo appropriarmi del gergo, con tutto il rispetto per la figa, naturalmente)?

Ma quando si cade non c’è fine, ahinoi. Abbiamo poi frequentato con lo stesso incredibile tripudio Renzi-Fonzie (ma ve lo ricordate dalla De Filippi?). Io per carità ho sempre avuto grande rispetto per ogni tipo di handicap e anche di misericordia per le debolezze infinite della razza umana ma un uomo di tale bruttezza (al limite del ripugnante) che parla con quel difetto non banale, bleso e fesso, e la cui unica idea era la rottamazione del vecchio, non si era ancora visto. E giù consenso a palate.

Salvo poi ritirarlo per andare ancora più in basso con un bel salto nel vuoto totale, a rischio di sperimentare quello che succede per certe turbolenze aeree (il vomito appunto). Perché il Macellaio li batte tutti. Non si può guardare e non si può sentire, se appena si è letto un libro o due nella propria vita che non sia La canzone dell’amore.

Quest’uomo comunica? No, intanto occorre dire che muggisce (mi viene in mente Gunder Frank quando negli anni ’70 prendeva in giro l’operazionismo americano individuando i soprannomi dei leader politici che “funzionavano”: “spalle larghe”, “il toro” ecc.: anche noi ci siamo arrivati: il “Macellaio”, “il grande muggito”).

Non c’è un’idea che sia una nelle comunicazioni di questo essere indefinito, solo versi e invettive (secondo il magistero del suo illustre predecessore Bossi) nei quali puoi di tanto individuare lemmi come “clandestini”, “ognuno a casa sua” e altri grugniti che si possono sentire in certe osterie a tarda sera quando il tasso alcolico è davvero tracimato oltre ogni accettabilità.

Ora io capisco che evocare il fantasma della “ragione strumentale” faccia un po’ ridere (povero Horkheimer, cent’anni fa ormai, davvero vox clamans in deserto). Figuriamoci, chi si preoccupa più di sostanza, o di idee, o di cultura (per carità!) nel mondo contemporaneo. Con la stessa postura bovina (sempre nel massimo rispetto delle peraltro amabili creature, lo sottolineo, parlo per metafore, sia mai che qualcuno non distingua la lettera e il simbolo, cosa più che mai plausibile oggi peraltro) dei loro profeti oggi tutti si genuflettono davanti alla legge dei numeri, dell’audience, del consenso e del vincente.

E comunque quello che fa il Macellaio è più o meno un concerto di scoregge, neanche troppo elaborate.  Ma ciò che ci deve scandalizzare è che, per molti degli influencer in circolazione (altro termine troppo vicino a flatulenza per i miei gusti), le scoregge vanno benissimo. Evviva! Purché vincenti.

Mi chiedo chi sarà il prossimo. Probabilmente non articolerà neanche più un linguaggio. Vincerà a borborigmi e versi gutturali. E tutti a dire che possiede l’arte della comunicazione. Sentito che muuu e grrr e tssssss e bleahhhh ha fatto oggi il leader della Sega?

Quindi scusatemi, non oso parlare di “ragione oggettiva” perché solleciterei il riso di tutti i fratelli postmoderni e postapocalittici, però io mi dissocio. Mi dissocio!

Non è un grande comunicatore, non è un uomo politico (se non nel senso in cui lo può essere anche il mio salumiere), è una nullità, un signor non so niente che approfitta del fatto che intorno ha un popolo (popolo?) ancora più ignorante, frustrato, disperato e scoreggione di lui. Questo occorre dirsi. Altro che il popolo sovrano! Non c’è più un popolo, c’è uno spappolamento, un blob informe che corre dietro a ciò che rispecchia il suo totale abbrutimento (alimentato anche da quelli che abdicano alla severità di poter dire che non ci sono idee e se qualche volta appaiono, sono idee terribili, intollerabili, ingiustificabili e punto).

A volte mi chiedo con chi devo prendermela, dove devo andare a cercare la scaturigine di tutto ciò. Forse con Duchamp? Beh, in effetti, se lui ha fatto di un orinatoio un’opera d’arte, non dobbiamo stupirci che certa materia diventi capo del governo…

Non facciamoci, vi prego, irretire da questa logica dell’efficacia in termini numerici. Non facciamolo mai. Vi prego. E’ chiaro che viviamo nel mondo dei Fabio Volo e  dei Federico Moccia (in letteratura) e di tutti quei megalomani autoriferiti che fanno gli intellettuali in televisione. Ma vi prego, non dite mai di uno così che è bravo, che è competente (ho sentito, e spesso, anche questo). No, dite piuttosto che oggi il livello di cultura, di idee, di etica, di gusto, di linguaggio del mondo (specie di quello che conta) è precipitato oltre ogni limite di decenza e che quindi anche una nullità totale può, proprio perché tale, essere applaudita e portata in trionfo. (Comunque quando dico nostro dico loro, sia chiaro, chi vota il Macellaio per me è semplicemente inumano).

Non c’è nulla da imparare da quello, occorre dire sempre e soltanto che sostiene argomenti insostenibili, che non ha uno straccio di idee accettabili, di prospettiva, di visione che non sia quella del vuoto culturale immenso dove è evidentemente cresciuto. Che, intendiamoci, non è solo ignoranza ma anche il frutto del dominio da decenni della ragione strumentale, numerica, efficientistica (lei sì ha vinto, quella razionalità che guida ogni cosa in questo nostro tempo avvilente), del tutto privata di ogni considerazione per il senso, la sostanza (si diceva un tempo), per il bene della vita e del mondo.

Se prendere le distanze da tutto questo, con nettezza, con caparbietà, con nessuna accondiscendenza è snobismo e radicalismo-chic ok, me li assumo tutti, persino con orgoglio. Non dirò mai che il Macellaio è bravo (mamma mia, quando lo vedo in Tv temo sempre che tiri fuori un coltello e cominci a sezionare un cadavere di bue in diretta). E’ un orrore, punto.

Se poi trova consenso vuol solo dire che gran parte del mondo è un orrore. E del resto mi pare di tutta evidenza. E che occorre allora denunciare più forte questo stato di cose. Che occorre denunciare la cultura strumentale, lo sguardo profittatore, la ragione quantitativa, e soprattutto l’incredibile trionfo del valore dell’ignoranza e della sua arroganza. Non c’è nessuna giustificazione per questo. Se si è ignoranti si deve solo vergognarsi e cercare di porre rimedio, come si può. E lasciare che a guidare le nostre sorti siano coloro che non sono ignoranti, che conoscono, che comprendono, che hanno esperienza, che hanno sensibilità, che hanno visione.

Chiaro che tutto questo suona paradossale dopo aver subito l’imperio di ferramenta, Fonzie, Macellai (potrebbero fare un bel centro commerciale tutti insieme). Intendiamoci la sinistra si è illusa di aver avuto un suo governo (di sinistra?) con uno come Prodi (pure lui sembrava un salumiere, con buona pace della categoria), quindi abbiamo poco da stare allegri.

Ma voglio concludere questo sfogo provvisorio con un piccolo squittìo di speranza. L’altra sera sulla 7 (sì, mi somministro talvolta quei  talk-show delle 20 e 30, non so perché lo faccio, a volte penso sia puro masochismo) ho sentito Gianni Cuperlo.

Lo so, non fa storia e neanche audience. E’ del PD, e quindi occorrerebbe soltanto girare al largo. Però, non so perché, quell’uomo (sembra un uomo, forse è un uomo), segaligno, sì, con quella voce da zanzara, parlava però con un linguaggio pacato e decente. Diceva cose molto ovvie eppure abbastanza incredibili nel panorama odierno. Parlava di umanità in modo umano. Con una certa sensibilità, una certa finezza, oserei dire.

Quello che voglio dire è che, anche dove non te lo aspetti (perché dal PD nessun uomo sensato si può aspettare più nulla), qualcosa c’è.

Credo che dobbiamo confidare in questi un po’ ai margini, che li dobbiamo coltivare e valorizzare. Dobbiamo, proprio come un gesto etico, un’azione politica degna di questo nome, segnalare i residui di sensibilità, le voci che non si intonano alla gazzarra di rutti e scoregge che oggi si chiama comunicazione politica.

Ognuno di noi (so che qui non l’ho fatto, anch’io ho fatto versi in fondo ma a volte riesco anche a fare di meglio, se mi sforzo), deve coltivare quel poco che è rimasto e valorizzarlo. Ricordare che esiste un senso, che esistono le idee (e talvolta persino le utopie, anche se, in virtù del cinismo e del disinganno che li affligge, tutti i nostri inflatulencer si sganasciano come i personaggi di Grosz al risuonare di questa parola), che esiste la delicatezza e la sensibilità e l’attenzione e la capacità di guardare oltre lo schiacciamento sul risultato immediato, sulla dialettica miserabile del loser e del winner, sulla “partita da non lasciarsi scappare”.

Però consentitemi di dirlo, anzi di gridarlo: che orrore!

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